Perchè la pesca sarà l’argomento spinoso delle trattative tra Islanda e Unione Europea.

Le negoziazioni volte all’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea si sono aperte ufficialmente oggi. Coloro che hanno dato risalto alla notizia hanno fatto posto l’accento sia sul fatto che non dovrebbe essere un processo molto lungo, visto che Reykjavik, come membro EFTA, già soddisfa gli obblighi europei nella stragrande maggioranza dei casi. Al tempo stesso è stato rilevato che l’aspetto più spinoso delle trattative potrebbe essere rappresentato dalla pesca.

Ma perché?

Analogamente a quello che accade per il settore agricolo anche quello ittico sottostà ad una politica comune europea. Nel caso della pesca, tale politica stabilisce, per ciascuna nazione, quote annuali di pescato divise anche per specie. Quote che, seppur costantemente disattese da quasi tutti i paesi (Spagna, Italia e Grecia in primis), di certo rappresentano una novità forte in una realtà, come quella islandese, che da sempre si è ispirata allo sfruttamento intenso delle risorse ittiche e che, ha sempre rifiutato una qualsiasi forma di regolazione anche solo a livello nazionale.

La pesca rappresenta per gli islandesi il principale core business, visto che anche negli anni del boom finanziario il 40% dell’export nazionale proveniva da questo settore. Per difendere questo settore la politica islandese non si è fatta scrupoli, nel corso degli anni, ad adottare una politica estera fortemente aggressiva, non facendosi problemi ad arrivare ad una vera e propria guerra diplomatica, negli anni settanta, con Gran Bretagna e Danimarca, dopo aver deciso di estendere arbitrariamente le proprie acque territoriali (e quindi il proprio territorio di pesca) fino a 200 miglia dalle sue coste.

Questo per spiegare che più che non si tratta di un cambio solamente economico, ma bensì di un cambio politico e di mentalità a cui è chiamata ad abituarsi la popolazione islandese, e che ci porta al secondo punto.

Mercato comune della pesca significa anche che le acque territoriali islandesi si apriranno alla concorrenza dei pescherecci danesi, inglesi e di chiunque vorrà spingersi fin lassù. Al tempo stesso la concorrenza non sarà solo materiale ma sarà anche economica, visto che fino ad ora gli islandesi avevano sempre politicamente impedito che qualsiasi parte del comparto ittico cadesse nelle mani di capitali esteri. Ora, con l’ingresso in Europa e con la crisi economica seguita al crac finanziario, questa ipotesi è ben più che realtà.

A tutto questo va aggiunto, il forte carattere simbolico che la pesca riveste nella cultura e nella mentalità islandese. Da sempre isolati ma orgogliosi della loro diversità e fieri dei loro fiori all’occhiello (pesca, risorse naturali e indipendenza) gli islandesi non sono certo gente che tratterà con Bruxelles con il capello in mano, disposti a mandare giù molti rospi in cambio dell’ingresso nella famiglia europea. Per questa ragione non deve certo stupire il fatto che il Ministro degli Esteri islandese continui a proporre soluzioni alternativi, in materia di politica ittica, a quella semplice e diretta che propone l’UE: Euro in cambio di pesce.

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