Un rompicapo chiamato Belgio

La ragione del silenzio di questi giorni non è certo dovuto ad una mancanza d’interesse per le cose europee. Gli amici di Lo Spazio de la Politica mi hanno chiesto di seguire le recenti elezioni belghe per loro. Questo è quello che ho prodotto. Grazie agli amici di LSDP per lo spazio che mi vogliono concedere ogni volta.

A differenza di quanto accade nei comuni sistemi democratici, l’asse principale su cui si svolge il gioco politico belga non è il normale destra-sinistra, ma bensì quello regionale tra fiamminghi-valloni. Tale frattura non rientra nella normale dicotomia nord (Fiandre)-sud (Vallonia) del paese, essa, infatti, incide talmente da comportare che le famiglie politiche tradizionali (socialisti, cristiano-democratici, liberale e verde) non figurino unitariamente in tutto il paese, ma si scindono in due versioni regionalistiche totalmente indipendenti ed autonome tra loro. Questa comporta non solo un raddoppio delle formazioni politiche presenti, ma l’affermarsi di situazioni anche paradossali, al punto che se si sovrappongono i due schieramenti politici regionali si noterà che, ad esempio, mentre i liberali fiamminghi (Open Vlaamse Liberalen en Democraten, Open VLD) sono una formazione di centro-sinistra, il loro corrispondente vallone (Mouvement réformateur, MR) si colloca invece sul centro-destra. A questo panorama politico vanno poi aggiunte le formazioni effettivamente regionalistiche, molto forti nelle Fiandre (Nieuw-Vlaamse Alliantie N-VA e Vlaams Belang) anche perchè apertamente indipendentiste mentre pressoché inesistenti, in termini di voti, in Vallonia.

Questa lunga ed articolata premessa è necessaria per comprendere come in realtà le elezioni federali belghe siano in realtà due elezioni regionali a se stanti, con processi indipendenti tra loro. Così come la creazione della coalizione governativa altro non è che il tentativo di creare un mix tra realtà distinte.

I risultati della tornata elettorale di ieri dimostrano, unitamente con il crollo dei partiti di centro o mediani, l’inasprimento di questa dinamica con un conseguente incrementato dell’instabilità governativa. In un paese che, dal 2007 ad oggi ha visto alternarsi alla sua guida quattro diversi governi più un lungo periodo di crisi istituzionale.

Non esiste, infatti, nulla di più differente, ma allo stesso tempo simile, che i due grandi vincitori delle ultime elezioni: Nieuw-Vlaamse Alliantie al nord e il Partito socialista vallone al sud. Pur essendo formazioni politiche profondamente differenti, rappresentano due facce della stessa medaglia. Non solo perchè a fronte di una netta vittoria nella rispettiva parte del paese, non corrisponde un’altrettanto rilevante affermazione della controparte regionalistica, inesistente nel caso del N-VA, sufficiente ma niente più nel caso del Partito Socialista fiammingo (sp.a), ma anche perchè se la compagine fiamminga è ovviamente catalogabile come forza regionalistica lo stesso si può dire dei socialisti, il cui radicamento nel territorio è così storicamente consolidato da produrre un blocco politico, economico e sociale granitico che, nella pratica, governa da sempre il sud del paese, al prezzo anche di diffusi casi di corruzione. Modello che per esempio ben poco si discosta da una tipica forza regionalistica come la CSU in Baviera.

Comune è anche la scarsa o poca fiducia di cui godono entrambi i leader vincitori: Elio di Rupo (Ps) e Bart De Wever (N-VA) al di fuori delle proprie comunità linguistiche. Il primo è percepito nelle Fiandre come il tipico politico francofono, espressione di blocchi di potere consolidati volti a favorire il mantenimento dello status quo pro-vallone. Il secondo è percepito dai francofoni, mass-media in primis, come l’uomo nero che guiderà le Fiandre all’indipendenza, ponendo così fine al Belgio.

A rendere ancora più evidente tutto ciò, basta analizzare le prime dichiarazioni di vittoria dei due segretari di partito. Entrambi si sono espressi direttamente verso il proprio gruppo linguistico, con l’apice raggiunto da Di Rupo che, dopo aver aperto il discorso definendo il risultato di ieri un grande successo della famiglia socialista in generale, non ha poi fatto nessun riferimento alle Fiandre e ai socialisti fiamminghi. Unica eccezione, la mano tesa di De Wever a collaborare con le forze francofone per guidare il paese, apparsa fin da subito più come un atto politicamente doveroso, a cui ha fatto seguito, un attimo dopo, un implicito “sì ma alle mie condizioni”.

Trovare quindi una quadratura tra le forze politiche, tale da produrre una maggioranza di governo appare in questo momento assai difficile. Situazione resa ancora più complicata perché i principali nodi che il futuro esecutivo sarà chiamato a risolvere sono proprio quelli che toccano, sia a livello simbolico che a livello effettivo, la stessa struttura federale: BHV e l’avvio di una riforma economica che porti il paese fuori delle secche dell’attuale crisi.

BHV, acronimo della circoscrizione elettorale Bruxelles – Halle – Vilvoorde, è il nodo intricatissimo su cui tutto il paese si azzuffa. Spiegare BHV non è cosa semplice e per farlo bisognare risalire al 1963 quando, in seguito ad anni di forti rivendicazione fiamminghe, venne deciso di avviare una profonda riforma federale indirizzata verso un riconoscimento sempre più marcato dei diritti delle due comunità, in particolare in materia amministrativa e di riconoscimento linguistico. Di fatto il paese da allora è spaccato in due parti(sarebbero tre, ma quella di lingua tedesca preferisce solitamente tenersi fuori dell’agone), che sempre di più hanno finito per vivere ognuno per conto suo, al punto tale che il confine tra le due comunità è a tutti gli effetti, una frontiera senza dogane. A tenere unito tutto il paese è la capitale Bruxelles. Non solo perchè in quanto capitale e sede delle istituzioni europee, nazionali e comunitarie (tranne quella vallone) ma perchè è, di fatto, un’enclave francofona in territorio fiammingo. Data questa sua particolare natura, al momento della riforma federale fu deciso che la città e una parte del suo circondario fosse regione autonoma, ad amministrazione bilingue. Alla stessa maniera furono riconosciuti come comuni a “facilitazione linguistica” quei comuni, prevalentemente lungo la frontiera linguistica o intorno a Bruxelles dove la maggioranza linguistica degli abitanti non corrispondeva a quella della regione corrisponde. Questo status non solo prevede la possibilità di ricevere atti in entrambi gli idiomi (francese e olandese), ma anche di votare sia i partiti valloni che quelli fiamminghi, cosa che non accade in Vallonia e nelle Fiandre.

Sul lungo periodo tale soluzione non ha più retto. La causa principale l’aumento demografico nei dintorni di Bruxelles che ha portato sia nei comuni a facilità che non, ad un incremento della popolazione di lingua francese giunta ad essere maggioranza schiacciante. Tale situazione ha comportato così, grazie anche ai mass-media, l’inasprirsi della situazione tra le due comunità, con i fiamminghi convinti di assistere ad un ritorno al predominio francofono e i valloni che accusano invece la controparte di non voler riconoscere la situazione e di operare per spaccare il paese. Scontro che fin da subito ha assunto toni politici importanti, salendo di temperatura ad ogni tornata elettorale federale, regionale o comunale che fosse. Ultimo caso in ordine di tempo quello di tre sindaci, di lingua francese, in comuni a grande maggioranza francofona, la cui rielezione non è stata riconosciuta dal Parlamento regionale fiammingo in quanto avevano rispettato, con volontà puramente provocatoria, le procedure amministrative previste in materia linguistica.

Risolvere quindi tale nodo, comporta, però ridefinire l’intera struttura statale federale, con la conseguente riapertura del vaso di Pandora delle rivendicazioni antonomastiche. La futura compagine governativa, qualunque sarà la sua composizione, non potrà sottrarsi dall’affrontare il problema, con l’augurio che non si tramuti nella stessa Caporetto nella quale si sono imbattuti i suoi predecessori.

Al tempo stesso come tutti i simboli anche BHV è in realtà un cavallo di Troia, che distrae l’opinione pubblica dal vero nodo problematico, quello economico. Il paese è stato duramente colpito dalla crisi finanziaria di questi anni. Le sue tre principali banche sono state salvate da interventi in extremis dal governo nell’autunno del 2008. Nello stesso tempo il debito pubblico è esploso fino al 96% del PIL, e la spesa pubblica corrente ha superato quella italiana. Certamente non stiamo parlando né della Grecia né dell’Italia, ma è comunque sì tratta di una situazione sicuramente pericolosa e che ha già creato più di un allarme. Anche perché questi sono i valori medi, le cifre sono ben diverse se paragonate tra le differenti comunità con le Fiandre zona ricca, che ha risentito tutto sommato bene della crisi, e la Vallonia che presenta valori simmetricamente opposti.

Tutto ciò ha finito per produrre due differenti ricette economiche per uscire dalla crisi, secondo la provenienza regionale. I partiti fiamminghi hanno presentato, tenuto conto delle ovvie sfumature politiche, politiche ispirate a limitare l’equità ridistribuiva su base nazionale, preferendo piuttosto che le risorse fossero ridistribuite su base regionalistica. Mentre i partiti valloni hanno preferito incentrarsi ad una maggiore equità ridistribuiva nazionale e a misure di incentivazione per il sud del paese.

Come è facile intuire, riforma economica e riforma statale hanno finito per mischiarsi producendo un mix su cui Bart De Wever ha incentrato con grande abilità la sua intera campagna elettorale. Consapevole di come l’elettorato fiammingo fosse più interessato a politiche che affrontino la crisi economica, piuttosto che ad una secessione istantanea, egli ha parlato alla sua gente principalmente di riforma del budget federale, del sistema pensionistico e di ridistribuzione della ricchezza tra le due regioni linguistiche, lasciando che fossero altri settori del suo partito a paventare, più o meno velatamente, lo stato indipendente fiammingo. Al tempo stesso, altrettanto conscio, di come è percepita la sua figura nella regione vallone non ha perso occasione per calcare maggiormente il terreno sul tema indipendentista ogni qual volta era sicuro che il suo messaggio avrebbe superato il confine linguistico. Finendo così per monopolizzare il dibattito politico di entrambe le regioni.

Il Belgio esce così dalla tornata elettorale di domenica scorsa ancora più diviso politicamente e spaventato che l’instabilità politica del recente passato non è stata ancora accantonata. Sicuramente il paese non finirà, con buona pace di molti, per dividersi in due nell’immediato futuro, quello che appare quasi certo è che si assisterà ad un incremento delle competenze comunitarie a discapito di quelle federali.

2 responses to “Un rompicapo chiamato Belgio

  1. Giorgio Siri

    Mi permetto di segnalarLe che Di Rupo non ha ignorato affatto le Fiandre nelle sue dichiarazioni, al contrario. Legga “Le Soir” di domenica.
    Testualmente, ha riconosciuto le rivendicazioni dei fiamminghi ed ha dichiarato che si dovrà tener conto del loro voto. Tra l’altro De Wever non ha la maggioranza e l’ha riconosciuto.

    • Quello che intendivo dire era che l’intera campagna elettorale è stata indirizzata da tutti i leader verso la propria la comunità linguistica, senza che nessuno parlasse anche all’altra parte. Nello specifico di Di Rupo l’esempio nasce da un fatto che mi ha colpito particolarmente. Appena ha iniziato la sua prima dichiarazione da vincitore ha esordito dicendo (vado a memoria): questo è un grande successo per l’intera famiglia socialista e per tutti i socialisti valloni, di Bruxelles, a questo punto una voce dal pubblico, molto forte, ha urlato “e fiamminghi!”. L’interruzione è stata così forte e ben sentita che Di Rupo ha smesso di parlare, una volta ripreso il discorso invece di dire, come pensavo, e fiamminghi ha ripreso come se nulla fosse.
      Il fatto che poi abbia riconosciuto le istanze fiamminghe e il loro voto, beh sono frasi di circostanza in un certo senso dovute come quelle dal lato opposto di De Wever.

      Per quando riguarda De Wever non è che ci volesse molto a riconoscere che non ha la maggioranza. Il sistema belga prevede infatti che per formare un governo la coalizione che lo sostiene deve non solo avere la maggiornaza dei voti ma che si regga anche su 45 seggi fiamminghi e 32 valloni.

      Spero di aver chiarito il mio pensiero e grazie per aver commentato il post.

      Andrea

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