Polemiche inutili in nome della difesa della lingua italiana.

[…] lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità […]

(Fabrizio De Andrè, Don Raffè 1990)

Da alcuni giorni serpeggia sui giornali italiani una piccola polemica nei confronti dell’Unione Europea rea di voler discriminare la lingua italiana e di voler imporre a forza la dittatura burocratica anglo-franco-tedesca. Insomma un nuovo capitolo della “lotta per la difesa della cultura italiana contro gli stranieri”.

Casus belli questa volta il nuovo concorso EPSO per 323 posti nella lista di riserva come amministratori (livello AD5), che è stato lanciato il 15 marzo scorso (scadenza il 15 aprile) e che, nel frattempo, è diventato l’argomento di cui tutti parlano a Bruxelles. 

Concorso che è possibilie svolgere solo in 3 lingue inglese, francese e tedesco.

Ah che orrore! La burocrazia anglo-franco-tedesca (che detta così mi ricorda il complotto demo-pluto-giudo-massonico) vuole “penalizzare la lingua italiana” trattandola “alla stessa stregua del rumeno, del bulgaro e dello sloveno” anche perchè vi sarebbe un “accordo stratetigico tra Regno Unito, Francia e Germania per imporre le proprie lingue nazionali e per conquistare posizioni dominanti nella burocrazia europea”.

E quindi giunta l’onore di difendere nuovamente la nostra cultura e la nostra lingua dal barbaro straniero!!! Capofila di questa battaglia il ministro per le politiche europee Andrea Ronchi, il quale ha annunciato l’intenzione di voler presentare ricorso al fine di bloccare il concorso EPSO, in nome della difesa dell’italiano e rivendicando “la stessa dignità delle lingue madri dell’Europa”. Appoggiato in questo, da un numero sempre maggiore di giornalisti pronti a sostenerlo nella guerra per la difesa del patrio idioma.

Attenzione però questa battaglia è solo per l’italiano non in nome delle altre diciannove lingue ufficiali dell’Unione Europea escluse dal complotto anglo-franco-tedesco.

Il caso è paradigmatico di come l’Italia agisce in Europa….. facendo polemica quando oramai è troppo tardi, quando le decisioni sono prese. La politica italiana in materia di Unione Europea è sempre un continuo tentativo di far saltare gli accordi un secondo prima che questi siano retificati. Mi viene da pensare ai protagonisti dei film d’azione che riescono sempre a disinnescare le bombe quando sul timer compare la scritta 00.01, peccato che il più delle volte gli Steven Siegal tricolori arrivino che la bomba è già scoppiata.

Invece di lanciarsi in campagne contro il presunto complotto anglo-franco-tedesco non sarebbe meglio allevare schiere di funzionari europei di lingua madre italiana, preparati e competenti? Funzionari che abbiano un livello di inglese, almeno quello, alto perchè l’hanno studiato fin da piccoli (cosa che succede oramai in quasi tutti i paesi dell’Unione)? Non che gli attuali non lo siano ma sono pochi e il più delle volte sono giunti a questo livello più per casualità che perchè la loro intera carriera universitaria e di formazione era stata pensata per sbarcare a Bruxelles un giorno.

Che il ministro Ronchi se ne faccia una ragione a Bruxelles quando si alza una cornetta si parla inglese, raramente francese e quasi mai tedesco. Non c’è nessun complotto antitaliano, sono solamente le tre lingue di lavor principali.

PS: I virgolettati sono ripresi dall’intervista che il Ministro Ronchi ha rilasciato al Corriere della Sera in data 6 aprile 2010. I primi due sono parole che il giornalista del Corriere riporta come parole del Ministro, mentre il terzo è un passaggio dell’articolo. Qui per una lettura completa dell’intervista.

4 responses to “Polemiche inutili in nome della difesa della lingua italiana.

  1. Trovo il tuo modo di approcciare al problema davvero scarso.
    In Italia quando si parla di identità la si dipinge come un fenomeno nazional fascista, alla quale viene di solito contrapposto un nulla più assoluto.
    Non capisco perché in Italia non si possa parlare serenamente dell’importanza della tutela delle identità e diversità culturali senza per forza dover scadere in nazionalismo.
    Se un nazionalismo acceso e cieco è deleterio lo è anche il rinnegare le proprie origini cultura ed identità, che messe a confronto con le altre ne determinano ricchezza e crescita, e di certo fanno si che non si scada in un omogenizzazione mondiale.
    Il problema linguistico è molto più serio di quanto si pensi, specie nel contesto europeo.
    C’è la mancanza assoluta di discussione in merito, come di una risposta politica concreta.
    Ci si barcamenta tra principi di uguaglianza, sanciti nelle carte e nei trattati, dove si afferma che ogni lingua è ufficiale ed uguale alle altre, che la lingua madre è importante, e la realtà, che vede continui e mostruosi discrimini, e che, se non contrastata, porterà a scenari terribili e grotteschi.
    Lingue condannate alla morte, lingue di potere.
    Se vogliamo un mondo equo di pace e di rispetto, se ci definiamo paladini della democrazia, ed animali intelligenti, non si può assistere inermi a questi fenomeni.
    Ben venga il ricorso italiano contro la violazione del trattato UE, sperando che prima o poi si possa e si riesca ad affrontare seriamente questa tematica.

    • Partirei da una premessa, ritengo l’equazione “difesa dell’identità italiana = fascismo, multiculturalismo e esterofilia = sinistra” quantomeno superata e non attuale.

      Il senso del mio post era quello di voler criticare il modo di agire della politica italiana in materia di Unione Europea che segue sempre lo stesso schema: viene presa una decisione X su una materia Y a livello europeo, Roma (intesa come politica italiana e non solo come governo italiano), spesso assente durante la fase precedente di dibattito, interviene per bocca del ministro di turno che si lancia in dichiarazioni di fuoco contro l’UE al grido di “è un complotto contro l’Italia! Ci vogliono fare fuori! Difenderemo la nostra cultura o i nostri prodotti o il Made in Italy” buone per fargli avere le prime pagine dei giornali per poi far cadere il tutto nel dimenticatoio anche perchè molto spesso o è troppo tardi per intervenire oppure, dopo un’attenta lettura emerge che le cose non era proprio come sembravano.
      È quella che io chiamo la poltica “del tavolo rovesciato”, l’Italia interviene sempre a cose già fatte, quando gli accordi sono presi e si tratta solo di firmarli, cercando di rovesciare il tavolo dell’accordo perchè si è accorta solo 5 minuti prima che tutto ciò non le conveniva. Se ne accorge solo all’ultimo minuto non perchè c’è un complotto anglo-franco-tedesco contro di lei, ma semplicemente perchè mentre gli 26 partner europei prendevano la decisione in questione (ovviamente con ruoli diversi in base alla loro importanza) l’Italia sie ne era allegramente fregata.
      Assenza che è dovuta a due fattori: il completo disinteresse della politica italiana (e dell’informazione) di tutto ciò che avviene al di là delle Alpi e il fatto che l’Italia è scarsamente rappresentata ai livelli più alti dell’amministrazione europea. Se il primo fatto si spiega da solo, il secondo, come ho già detto nel post, è dovuto al fatto che noi non investiamo nella creazione di una classe dirigente che sia orientata a lavorare nella UE, e che dall’interno possa influenzare i suoi processi decisionali. Cosa che invece tutti gli altri paesi fanno perchè hanno capito che oramai, e su un numero di materie sempre maggiore, il livello europeo conta molto di più di quello nazionale.

      Passando al caso specifico, ovvero quello di EPSO, distinguerei due aspetti. Personalmente ritengo FONDAMENTELA che l’Unione Europea si spenda attivamente per la difesa del multilinguismo europeo. È una battaglia di democrazia. Allo stesso tempo c’è però una realtà pratica, quello della vita quotidiana in quel di Bruxelles, che cercavo di rappresentare con il riferimento alla cornetta del telefono. Le lingue di lavoro sono due (inglese e francese), già il tedesco ricopre un ruolo marginale, e sinceramente mi sembra piuttosto giusto che una persona che vuole lavorare nell’ambiente europeo dimostri di aver un livello di conoscenza di queste due lingue attraverso lo svolgimento pratico del test.

  2. maurizio cortini

    concordo con la tua opinione, ma secondo me il problema linguistico europeo ha una sola soluzione. Non l’inglese perchè significa per l’europa accettare il potere linguistico angloamericano ed il conseguente dominio economico, culturale, politico USA (sarebbe come se l’europa avesse adottato il dollaro al posto dell’euro!); non la babele ingestibile delle 23? lingue europee; non la scelta arbitraria di due lingue prevalenti (perchè poi il francese e non lo spagnoloo il tedesco?); rimane la creazione di una lingua europea neutrale finalizzata esclusivamente alla comunicazione interculturale (lo vogliamo chiamare esperanto o europeo?) che finalmente consentirebbe , tra l’altro,di avere elezioni realmente europee. Se si volesse in 3 anni (forse anche meno) si potrebbe fare e finalmente tutti gli europei si sentirebbero appartenenti ad una sola cultura.
    Cordiali saluti

    • Mi sembra un’ipotesi impossibile visto che comporterebbe non solo costi economici enormi ma anche costi sociali e culturali incalcolabili. Inoltre l’omogenizzazione culturale significherebbe l’annullamento di 23 lingue e di 1000 e più culture.

      Il problema centrale non è la lingua, nè le differenze culturali. Non c’è bisogno di una lingua omogenea, uguale a tutti, ficcata giù per la gola ai cittadini europei, quello che bisogna fare è abituare gli europei a sapere non solo la loro madrelingua ma almeno un’altra lingua straniera (possibilmente imparando anche la loro cultura e le loro abitudini).
      Al tempo stesso essere più presenti nelle stanze di potere al fine di influenzare con una spruzzata di italianità le decisioni che vengono prese permetterebbe magari di non doversi lanciare più in battaglie per la difesa dell’italiano.
      La babele funziona e anche bene.

      La scelta del frnacese e dell’inglese come lingue di lavoro non sono figlie di una decisione arbitraria ma semplicemente è il risultato di 50 e più anni di storia europea.
      Il francese era la lingua con cui si lavorava prima dell’ingresso inglese nell’Unione Europea e semplicemente ha mantenuto nel corso degli anni questo suo ruolo, venendo però affiancato sempre di più dall’inglese, il quale ha visto accrescere la sua importanza grazie, in particolare, all’ingresso dei paesi dell’Europa orientale.
      Infine usare l’inglese come lingua di lavoro non mi sembra proprio che significhi l’assoggettarsi al dominio culturale USA (concetto tra l’altro che direi oramai più che superato), ma poichè tale lingua è, in questo momento, la lingua del commercio, quindi quella universale, significa semplicemente adattarsi a come va il Mondo.

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