Icesave, ovvero il nodo per cui l’Islanda non entrerà in Europa

Riprendiamo, in vista di una tappa fondamentale come il referendum del prossimo 6 marzo, ad analizzare la situazione politica islandese.

Come detto qualche mese fa il piccolo paese scandinavo, precipitato in una profonda crisi finanziaria a causa del fallimento delle tre principali banche nazionali, ha deciso di presentare la propria candidatura per entrare a far parte dell’Unione Europea. La ragione di una tale manovra è da ricercarsi nell’intenzione di abbandonare la moneta nazionale, la corona, il cui valore è crollato negli ultimi diciotto mesi per adottare l’Euro. Inoltre, col pretesto di dover rispettare i parametri economici imposti da Bruxelles, il governo islandese potrebbe avviare una cura da cavallo al fine di rimettere a posto i conti del paese.

Sulla strada dell’ingresso islandese si frappone un grosso ostacolo rappresentato dalla questione Icesave.

Icesave è il nome di un fondo islandese operante sulla piazza finanziaria londinese e che aveva attratto, grazie a vantaggiose rendite, in particolare capitali inglesi e olandesi. Vantaggiose rendite che si sono ovviamente rivelate un miraggio nel momento in cui si capì che l’economia islandese viveva su una bolla finanziaria tutta virtuale.

Nel tentativo di salvare il proprio sistema bancario, il governo islandese ha dovuto nazionalizzare le banche e, di conseguenza, anche Icesave che nel suo crollo ha finito per coinvolgere i capitali di 400.000 investitori, per una cifra che si aggirerebbe sui quattro bilioni d’euro.

Fin qui nulla di particolare, ci si troverebbe davanti all’ennesimo titolo tossico che, a milioni, hanno inquinato in questi ultimi anni il mercato finanziario internazionale decretandone l’attuale crisi. Normalmente i creditori si dovrebbero rifare con i debitori ma, in questo caso, sono entrati in campo i governi nazionali complicando tutto.

I governi inglese e quello olandese hanno deciso di pagare di tasca loro i loro cittadini rimasti coinvolti in Icesave con l’intenzione di rifarsi col governo di Reykjavik che, in seguito alla nazionalizzazione, è diventato l’unico padrone del suo sistema bancario.

E qui sta il nodo della questione. L’intervento di Londra e dell’Aja, motivato per ragioni di politica interna, è una misura eccezionale e non prevista dalle norme del sistema finanziario internazionale. Quest’ultimo dal suo canto è diventato responsabile per Icesave, così com’era responsabile di controllare, attraverso la sua Banca centrale, che tutto ciò non accadesse. È quindi giusto che sia lui a pagare?

La questione a livello giurisprudenziale si è dipanata per tutto il 2009 senza che si trovasse una soluzione chiara e univoca, anche perché Gran Bretagna e Paesi Bassi hanno sempre rifiutato di presentarsi davanti ad un giudice terzo, la Corte europea nello specifico, temendo l’eventuale giudizio negativo.

Lo scorso novembre, grazie alla mediazione dell’Unione Europea, sembrava si fosse raggiunto un compromesso che soddisfacesse entrambe le parti. Fu prevista una divisione in due del debito, metà dall’Islanda e metà dalle altre due parti. Purtroppo a questo punto la questione ha incontrato un nuovo nodo che l’ha resa sempre più inestricabile. Il governo islandese aveva bisogno del voto favorevole del Parlamento nazionale, il quale condizionava il suo assenso all’introduzione di una clausola che prevedesse la rinegoziazione dell’accordo nel caso in cui l’economia islandese continuasse nella sua spirale negativa.

La proposta parlamentare incontrava però il niet degli altri due governi interessati. Si giungeva così a un blocco istituzionale con il governo islandese che riusciva alla fine a ottenere il tanto sospirato voto favorevole.

Il tutto mentre l’opinione pubblica islandese manifestava in modo aperto il proprio malcontento per una decisione che avrebbe ulteriormente aggravato il debito del paese, amplificando ancora di più la sensazione che alla fine fossero i cittadini a dover pagare per i danni compiuti dai banchieri. Malcontento fattosi ogni giorno sempre più forte, in particolare dopo il sì parlamentare.

Ottenuto come detto il sì parlamentare il complicato iter sembrava giunto alla fine, mancava solamente un ultimo step, la firma del presidente della repubblica, fin lì giudicato come una pura formalità. E invece no.

Il presidente islandese, Ólafur Ragnar Grímsson, esponente dell’opposizione al governo Sigurdidottir ha deciso di dare retta alla pressione della piazza e ha indetto il referendum di cui ci occuperemo, vincolando la sua firma al risultato favorevole. Una mossa da perfetto Ponzio Pilato.

Gli islandesi saranno quindi chiamati a votare per decidere se vogliono pagare di tasca loro il debito o Icesave.

In tutto questo l’Unione Europea che ci incastra? Oltre al ruolo di mediatore fin qui svolto è chiaro che la probabile decisione di dire no all’accordo Icesave metterebbe in discussione anche l’eventuale ingresso islandese nell’Unione. Gran Bretagna e Paesi Bassi potrebbero vincolare il loro sì a una soluzione a loro favorevole della questione.

One response to “Icesave, ovvero il nodo per cui l’Islanda non entrerà in Europa

  1. deduco che c’è chi ha truffato e lucrato alle spalle dei cittadini: che lo stato islandese o britannico paghi alla fine il conto, significa che i cittadini di uno o dell’altro stato (presumibilmente di tutti!), pagheranno, senza manco potersi opporre, ovviamente, alle ruberie di chi non è dato sapere, che rimarrà impunito, sempre ovviamente. Salute!

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