O Europa o muerte: il piano Zapatero

Il seguente articolo é stato pubblicato su Lo Spazio della Politica e su Limesonline nella sezione EuroMeditazioni, come sempre ringrazio gli amici di LSDP per lo spazio che mi concedono.

 

“Europa como solución” si può riassumere con questo slogan il semestre di presidenza spagnola dell’Unione Europea. O perlomeno dal punto di vista del governo di Madrid.

Alla guida di un paese attanagliato da una crisi economica che non sembra voler cessare, Zapatero ha deciso di puntare forte sulla carta europea convinto che essa possa garantirgli importanti successi proprio nei due ambiti in cui maggiormente appare zoppicare: economia e politica estera.

In campo economico il sogno del premier spagnolo è quello di poter diventare l’ispiratore di una ripresa economica europea più giusta e controllata, con la speranza che l’uscita europea della situazione attuale inneschi un effetto traino anche su quella nazionale. Architrave di questo progetto politico è un piano economico di cui per il momento molto si è parlato ma di cui ben poco si conosce. Il piano, di durata decennale e che dovrebbe chiamarsi “Strategia Economica 2020”, dovrebbe prevedere un impegno da parte dei Ventisette a raggiungere determinati obiettivi in modo da far ripartire la crescita economica e la competitività all’interno dell’Unione Europea. Il piano si dovrebbe basare soprattutto su uno sviluppo massiccio di pratiche più verdi in tutti i settori industriali e, ovviamente, dovrebbe prevedere ammortizzatori sociali in grado di attenuare la disoccupazione. Non va dimenticato che la disoccupazione spagnola si prevede che raggiungerà il 20% quest’anno, la più alta di tutta l’Unione Europea. Insomma il piano perfetto per un mondo perfetto.

La perfezione del piano rimane però solo a livello teorico, visto che da subito si sono palesate alcune difficoltà pratiche. In primo luogo l’iniziativa spagnola si inserisce nel quadro di un maggiore controllo da parte dello stato sull’economia europea, provocando più di un malumore in quelle capitali, Londra e Berlino in primis, dove invece si vede con occhio più benevolo un’economia che avanzi priva di lacci statali.

In secondo luogo la proposta non prevede misure coercitive forti che obbligherebbero gli Stati Membri a rispettare gli impegno presi. Sarebbe quindi una riedizione del fallimento della Strategia di Lisbona e del modello di autoregolazione degli Stati.

Infine, non si può certo dire che a livello europeo l’intenzione spagnola di presentarsi come ispiratore della ripresa economica, alla luce di quella che sta vivendo l’economia spagnola, non sia accompagnata da un fisiologico sarcasmo di fondo.

Il tutto in attesa del Consiglio Europeo straordinario convocato per l’11 febbraio prossimo totalmente dedicato a come uscire dalla crisi e dove, con molta probabilità, il piano spagnolo verrà presentato ufficialmente.

Anche sulla politica estera, la carte europea si sta rivelando fallimentare.

Il carattere internazionale della crisi economica ha regalato ai critici del governo spagnolo un’altra arma che sembra vincente, quella del presunto scarso peso nello scenario mondiale. Accusa fattasi più forte una volta che Obama è diventato il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Da quel giorno, infatti un fantasma ha aleggiato sulla testa di Zapatero: quello della stretta relazione che il suo predecessore José Maria Aznar aveva con George W. Bush. Un rapporto che da parte dei popolari spagnoli è sempre stato sbandierato come il principale successo spagnolo degli ultimi anni e nel confronto del quale l’attuale inquilino della Moncloa ha sempre annaspato, come dimostrato efficacemente da una vignetta del El Pais della scorsa settimana.

Conscio che la sola applicazione del Trattato di Lisbona fosse un risultato scarso da portare a casa, ZP puntava forte all’annuale vertice USA-UE del prossimo maggio. Sarebbe stata l’occasione per portare Obama a Madrid per la prima volta e spazzare una volta per tutte il fantasma aznariano.

Si sa, puntare su l’Unione Europea in materia di politica estera è come scommettere su un cavallo quotato 100 a 1, se vince è il colpo degno di una tris “King, Soldatino, D’Artagnan” ma in realtà è quasi sempre un ronzino incapace di arrivare nemmeno al traguardo.

Puntualmente, anche in questo caso la UE si è rivelata il ben noto ronzino. Per la prima volta nella storia di questo appuntamento annuale infatti un presidente statunitense non sarà presente. Obama ha infatti rifiutato a causa di un agenda troppo fitta di impegni e rimarcando come si tratti sostanzialmente di nulla di più che di un’occasione di incontro per le parti produttive. Ovviamente la non partecipazione di Obama non è certo dovuta a cattivi rapporti con la Spagna o alla volontà di non incontrare i suoi leader politici. Semmai le ragioni della sua assenza sono da ricercare nel fatto che la sua attenzione è sempre più spostata verso il Pacifico piuttosto che all’Atlantico. Tutto ciò è vero, ma ovviamente la sua assenza ha ovviamente ha permesso ai popolari spagnoli di far notare ancora una volta lo scarso peso internazionale che il paese starebbe vivendo rispetto agli anni in cui il governo era nelle loro mani.

A coronare una settimana davvero nera è giunta poi la notizia che secondo il trimestrale sondaggio del Centro d’inchiesta sondaggistica (CIS) sulle intenzioni di voto il PPE avrebbe incrementato ulteriormente il suo vantaggio sul PSOE, giunto ora a 3,8 punti percentuali. Nonostante entrambi i maggiori partiti politici spagnoli registrerebbero un arretramento nelle preferenze a vantaggio delle formazioni più piccole. Un trend, quello favorevole ai popolari, alimentato dal malcontento per la conduzione economica del paese e che sembra risentire solo parzialmente delle rivalità tra i leader dello stesso partito conservatore.

Per José Luis Zapatero quindi il Consiglio straordinario di questa settimana potrebbe essere un ulteriore bivio. Un successo del suo piano economico potrebbe dargli nuovo ossigeno a fronte dell’ipotesi che un fallimento spingerebbe sempre più in basso la sua popolarità.

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