La presidenza IKEA

Complici le festività di questi giorni la presidenza semestrale svedese è giunta alla fine, ed è tempo di bilanci. Un bilancio che non può che essere positivo.

Quando sei mesi fa il governo di Stoccolma ha preso la guida dell’Unione Europea, il primo patto non sembrò dei migliori. Niente sfarzo eccessivo, quasi nessun impatto forte. Il tradizionale addobbo del palazzo del Consiglio era il simbolo più evidente: un semplice adesivo sulla facciata dove compariva il logo della presidenza e niente più. Un segnale diverso, molto differente dopo un anno passato tra sfarzo e grandeur francese e  il vorticosa confusione ceca. Un segnale che era tempo di mettersi pancia a terra e ricominciare a produrre risultati concreti.

Del resto tanti erano gli obiettivi da centrare. Portare a casa il sì irlandese e chiudere la travagliata epopea del Trattato di Lisbona, preparare la conferenza di Copenhagen e affrontare la crisi economica erano le questioni da copertina, ma in seconda e terza fila si trovavano questioni altrettanto spinose e complesse sia interne (edificare una nuova politica di affari interni, avviare il Partenariato Orientale) che esterne (il rischio di una nuova guerra del gas Ucraina-Russia, il ruolo dell’Unione Europea nelle grandi questioni internazionali). Senza dimenticarsi che una volta entrato in vigore il Trattato di Lisbona si sarebbe resa necessaria avviare la fase di implementazione pratica dello stesso Trattato, di cui l’elezione del Presidente del Consiglio europeo e dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri erano solo la punta dell’iceberg.

Come i celebri mobili che, da alcuni anni sono diventati il simbolo della Svezia, la presidenza semestrale ha guidato con semplicità, praticità ed efficacia l’Unione Europea incassando il grande risultato del Trattato di Lisbona, soprattutto per come ha saputo gestire le fasi post referendum irlandese. Dapprima lavorando ai fianchi del presidente ceco Klaus che minacciava di non firmare il Trattato fino a farlo cedere, e successivamente gestendo alla perfezione la delicata fase del cambiamento istituzionale con il vorticoso valzer di poltrone europee che ha caratterizzato questi mesi. Certo le nomine al ribasso di Cathy Ashton e di Van Rompuy, così come il bis di Barroso, potranno fare storcere il naso a molti, ma l’onere delle scelte non gravava sul governo svedese. Gravava, invece, sulle loro spalle il compito di impedire che le tentazioni nazionali rallentassero l’avvio del Trattato. Missione compiuta in modo eccellente.

In contemporanea la presidenza uscente ha portato a casa successi importanti come l’approvazione del nuovo programma in materia di affari interni (il programma di Stoccolma che abbiamo già analizzato) e di allargamento (la fine del regime di visto obbligatorio per molti stati della ex-Jugoslavia, la presentazione da parte della Serbia della candidatura ufficiale per diventare membro UE) anche se, in questo campo, i meriti andrebbero divisi con Olli Rehn.

In questi sei mesi non sono mancate però le note negative. Due in particolare e anche di rilievo. La conferenza di Copenhagen e il piano di riforma finanziario presentato dagli svedesi. Tre nuovi organismi di controllo sono stati creati, ma la procedura di ricorso prevista si è rivelata complessa e comunque prevede che su alcune questioni gli Stati membri mantengano un diritto di veto sulle loro decisioni. Alla fine quindi l’impatto riformatore previsto è stato notevolmente ridimensionato.

Il fallimento più grande rimane però quello che si è consumato a Copenhagen. Il governo svedese aveva puntato forte sull’appuntamento ambientale, ma nulla ha potuto davanti alla pochezza degli stati che compongono l’Unione Europea unitamente con l’opposizione cinese e, più velatamente, americana.

Infine nota di merito per il sito internet della presidenza preciso, dettagliato, ben fatto anche dal punto di vista stilistico.

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