Ma quanti sono gli europarlamentari?

Se qualcuno vi chiedesse il numero preciso dei membri del Parlamento Europeo, dal 1 dicembre sareste legittimati a rispondergli….. dipende.

Avete, infatti, a disposizione 3 risposte diverse ma allo stesso tempo esatte: 736 (il numero attuale), 751 (il numero previsto dal Trattato di Lisbona) e 754 (il numero previsto dall’accordo tra gli Stati Membri durante il Consiglio Europeo del dicembre 2008).

Per fare chiarezza dobbiamo ritornare al 2007. All’inizio dell’anno Romania e Bulgaria erano entrate a far parte della famiglia europea. Allargamento che avrebbe comportato un esplosione del numero degli europarlamentari se si fosse continuato ad applicare la vecchia ripartizione dei seggi (sarebbero stati 785). Alla luce di ciò, già durante il Consiglio Europeo del giugno 2007, venne deciso di inserire anche la riduzione del numero dei seggi nel pacchetto di norme che venivano travasate dalla defunta Costituzione UE al nascente Trattato. Fissando in 750 il numero massimo di seggi, ma demandando al Parlamento Europeo il compito di trovare un accordo circa la ripartizione dei seggi.

Il Parlamento Europeo affidò la questione al conservatore francese Alain Lamassoure e al socialista romeno Adrian Severin.

Ottobre 2007. Siamo ora alla vigilia del Consiglio Europeo di Lisbona durante il quale i capi di stato e di governo dell’Unione avrebbero dovuto dare il via libera alle ratifiche del Trattato che proprio della città lusitana avrebbe preso il nome. Pochi giorni prima, l’11 per l’esattezza, l’Europarlamento fu chiamato a votare la proposta di ripartizione dei seggi presentata dagli incaricati Lamassoure e Severin. La bozza presentava una grande novità, veniva infatti abbandonato il criterio di ripartizione dei seggi in base alla popolazione, introducendone uno nuovo: quello del calcolo del numero dei residenti (compresi gli immigrati non votanti). Con l’introduzione di questo criterio la ripartizione dei seggi tra le varie nazioni cambiava in modo sostanziale (brevemente Germania -3 seggi; Spagna +4; Svezia e Austria +2; infine Polonia, Olanda, Bulgaria, Malta, Lettonia e Slovenia +1). Soprattutto si sanciva l’addio alla parità tra Gran Bretagna, Francia e Italia a quota 78. Ai tre paesi sarebbero spettati nell’ordine 73, 74 e 72 seggi.

Dopo un aspro dibattito parlamentare la proposta fu approvata con 378 sì, 154 no e 109 astenuti. Sì scatenò un putiferio.

Il governo italiano, per voce dell’allora premier Romano Prodi, si scagliò con veemenza contro la decisione dell’Europarlamento non esitando a definire inaccettabili i metodi utilizzati. La questione appariva così tanto seria per il governo di Roma, che, nei giorni antecedenti il Consiglio Europeo di Lisbona, la stampa nazionale ventilò addirittura la possibilità di un veto italiano. La questione italiana rischiava di diventare ancora più pericolosa perché avrebbe potuto intrecciarsi con i malumori che paesi più euroscettici, come Polonia e Inghilterra, nutrivano sul testo del nuovo Trattato, oggetto di discussione durante il Consiglio.  

Giungiamo così all’apertura dei lavori del Consiglio Europeo di Lisbona (18/19 ottobre). In questa sede, grazie ad una generale opera di mediazione, le istanze italiane vengono accolte. I membri del Europarlamento diventano 751 (750+il Presidente), l’Italia si vide assegnato un seggio in più e, trovata la quadratura del cerchio, si annunciò che nel dicembre successivo sarebbe stato firmato, sempre nella città lusitana, il nuovo Trattato.

La nuova ripartizione dei seggi avrebbe fatto il suo esordio fin dalle elezioni europee del 2009 mentre per quelle successive del 2014 si raccomandò al Parlamento europeo di prevedere una nuova redistribuzione basata sul criterio della cittadinanza e non della residenza.

A complicare la questione giunse però il no irlandese alla ratifica del Trattato di Lisbona e la conseguente necessità di un secondo referendum. Situazione che non permise di rispettare gli auspici del 2007, per cui le Europee del 2009 avrebbero dovuto svolgersi già sotto il nuovo ordinamento. Di fronte all’incertezza sull’esito della consultazione referendaria i Ventisette, durante il Consiglio Europeo del dicembre 2008, trovarono un accordo che portava il numero dei parlamentari, solo per la legislatura 2009-2014, a 754. Al tempo stesso si accettavano le esigenze di quei paesi che con l’entrata in vigore del Trattato avrebbero visto la loro delegazione parlamentare aumentare di numero, sia la volontà tedesca di rinviare al 2014 la riduzione della loro rappresentanza. Il tutto nella speranza che questa situazione straordinaria venisse regolarizzata entro la fine del 2010. A complicare il tutto ci fu però il problema che un tale accordo comportava un cambiamento del testo del Trattato di Lisbona, in quanto mutava il numero dei membri dell’Europarlamento. Cambiamento che avrebbe costretto ad una nuova ratifica del Trattato da parte dei Ventisette (ovvero riaprire il vaso di Pandora) per questo fu deciso di inserire una disposizione ad hoc nel primo trattato di adesione da firmare sotto Lisbona (Islanda? Croazia?). Fu ovviamente lasciato ai governi nazionali il compito di porre in essere gli strumenti volti a ripartire i nuovi seggi tra le diverse circoscrizioni nazionali.  

Ed ecco sorgere il problema. Se da un lato paesi come la Spagna, la Bulgaria ecc hanno già ripartito i voti dopo le Europee 2009 tenendo conto dei possibili mutamenti congelando i nuovi eletti fino al prossimo allargamento, altri paesi come Francia, Gran Bretagna, Olanda ed Italia hanno preferito continuare ad operare come se tutto ciò non esistesse.

Mentre in Gran Bretagna e in Olanda la questione non è ancora stata presa in considerazione, in Francia ha invece alzato un bel polverone. Il primo ministro francese Fillon ha infatti proposto al Presidente dell’Assemblea Nazionale di designare un onorevole dell’UMP (il partito di maggioranza) e uno del Partito Socialista come nuovi europarlamentari. Scartando così sia l’ipotesi di nuove elezioni suppletive, sia di trovare nuove soluzioni alternativa. La decisione ha però scatenato i Verdi francesi che, per bocca del loro leader Daniel Cohn-Bendit, hanno dichiarato tutto il loro sdegnato per un accordo tra i due principali partiti francesi volto a tagliare fuori dalla questione proprio la compagne ambientalista. Sulla base di una nuova ripartizione dei voti spetterebbe a loro, e non ai socialisti, uno dei due nuovi seggi. A rendere il pasticcio ancora più brutto c’è la volontà da parte di Fillon di permettere ai due nuovi eletti, di cumulare i benefits provenienti dalla carica europea con quelli nazionali. L’escamotage trovato sarebbe quello di nominarli come “osservatori” in attesa che per loro si aprano le porte di Strasburgo. L’ intenzione di Fillon si scontra però con l’impossibilità per un parlamentare europeo di ricoprire anche cariche nazionali.

E in Italia? Al di là di un post sul blog di Marco Zatterin la questione non viene per nulla dibattuta. La situazione italiana potrebbe apparire ancora più ingarbugliata di quella francese perché vista la disparità di popolazione tra le cinque circoscrizioni, è quasi impossibile nominare il primo dei non eletti, sulla base dei voti presi. Al tempo stesso anche un accordo interno tra i componenti della maggioranza di governo potrebbe essere non facilissimo. Come appare quasi impossibile che il seggio venga ceduto all’opposizione. Una soluzione potrebbe essere quella di nominare una figura dall’alto profilo istituzionale ed europeista.

One response to “Ma quanti sono gli europarlamentari?

  1. Pingback: Passo indietro del governo francese sulla nomina dei due nuovi europarlamentari « Matizandrea's Blog

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