Islanda sull’arca di Noè europea

Corre veloce il numero di paesi che in un futuro più o meno prossimo, dipende dai casi, entreranno a far parte della famiglia europea. L’ultimo ad essersi iscritti al club degli aspiranti è stata, nei giorni scorsi, l’Islanda e, paradossalmente, quasi sicuramente sarà una delle prime ad entrare.

La presentazione della candidatura è stato l’ultimo passo di un processo che ha portato il paese nordico a compiere una impensabile, fino ad un paio di anni fa, inversione ad U abbandonando il suo splendido isolazionismo in nome di un improvviso europeismo che sa più di necessità che di reale convinzione. Ma forse si tratta solo di una storia che si ripete.

L’Islanda è piccola, isolata geograficamente, di scarso interesse geopolitico dopo la caduta del Muro di Berlino, orgogliosa delle proprie tradizioni e a lungo retta da un’economia fortemente dirigista incentrata quasi totalmente sulla voglia di proteggere il settore ittico. Tutte queste caratteristiche hanno fatto sì che l’Islanda si tenesse alla larga da qualsiasi coinvolgimento sovranazionale, ingresso nella NATO a parte, almeno fino a quando non emergessero condizioni troppo favorevoli per rinunciarvi. Si spiegano cosi’ l’ingresso ritardato nell’EFTA (European Free Trade Area) avvenuto solo nel 1970; la firma di accordi bilaterali con l’allora Comunità economica Europea (1973), che aprivano il paese ai prodotti manifatturieri provenienti dall’aerea CEE e sopratutto l’adesione, nel gennaio 1993, allo Spazio Economico Europeo. In tutti questi tre casi si è ripetuto lo stesso schema. Fino a che hanno potuto trarre giovamento dalla loro situazione gli islandesi hanno continuato a marciare per la loro strada, nel momento in cui ciò’ non era più conveniente, hanno operato un rapido cambio di rotta, seppur sempre approvandolo con maggioranze molto risicate.
Grazie alle liberalizzazioni degli anni ’80 il paese ha conosciuto un periodo di incredibile sviluppo economico con crescite medie annue pari al 6%, cavalcando alla grande il boom finanziario degli ultimi anni giungendo ad essere uno dei primi cinque paesi al mondo per reddito pro capite e abbandonando lo stereotipo del paese di pescatori per diventare una delle piazze finanziare più attraenti per gli investitori stranieri, non disdegnando di strizzare l’occhio anche a pratiche non proprio pulite come il carry trade. Uno sviluppo di tali proporzioni non poteva certo terminare che non in un altrettanto enorme sboom. Nel 2006 le tre principali banche islandesi avevano accumulato debiti per una cifra pari a 6 volte il PIL del paese. A segnare la definitiva fine del boom ci ha pensato l’esplosione della crisi finanziaria mondiale che ha travolto l’economia islandese. I tre principali istituti bancari sono stati nazionalizzati, mentre l’inflazione esplodeva raggiungendo il 15% e la disoccupazione passava dal 1% al al 9%. Sotto la spinta delle proteste di piazza l’allora primo ministro conservatore Geir Hilmar Haarde fu costretto passare la mano alla leader del partito socialdemocratico Johanna Sigurðardóttir che fin dal primo momento ha fatto dell’adesione europea la principale soluzione ai problemi del paese. La linea filo europeista è stata poi sostenuta dagli stessi elettori islandesi che alle elezioni politiche dell’aprile 2009 hanno consegnato alla coalizione rosso-verde capeggiata dalla Sigurðardóttir la maggioranzaa dei seggi parlamentari.
Il 24 maggio, preceduto da un’intervista in cui lo stesso primo ministro islandese definiva l’ingresso nell’Unione Europea “come la miglior soluzione possibile per i problemi del paese”, la proposta di adesione veniva sottoposta al Parlamento che, nel giro di un mese e mezzo, la ha approvato seppur con una maggioranza molto ristretta, 33 voti favorevoli e 28 contrari. Il 23 luglio il premier Sigurðardóttir presentava a Stoccolma la domanda di adesione.
L’intenzione da parte islandese di entrare a far parte dell’Unione Europea e soprattutto di adottare l’Euro si spiega con la voglia di riparare la propria economia all’interno di una struttura economica/finanziaria stabile, abbandonando definitivamente i fluttuamenti pericolosi della corona ma non solo l’intenzione è anche quella di abbandonare sistemi di sviluppo economici. In tutto il paese è diffusa la convinzione che l’addio alla corona permetterà di non dire addio anche alla gran parte degli investitori stranieri attratti negli anni d’oro del boom economico.

Per quanto riguarda le condizioni di adesione il modello di rifermento viene identificato con Malta, con la quale le analogie geografiche ed economiche sono fin troppo evidenti. Inoltre viene rimarcato il potere politico che gli ipotizzabili 6 seggi islandesi all’Europarlamento potrebbero dare e alle ricche sovvenzioni che la PAC potrebbe elargire. Il tutto possibilmente il prima possibile visto che lo stesso ambasciatore islandese all’unione Europea, ha dichiarato che l’intenzione del governo del suo paese è di entrare nella prima parte del 2011.

Ma realmente l’adesione sarà veloce e indolore come ipotizza il governo di Reykjavik? Sulla carta gli auspici sembrano esserci tutti. In quanto membro dell’EFTA e dello Spazio Economico Europeo il paese avrebbe già adottato almeno due terzi della legislazione europea, anche se gli euroscettici islandesi contestano questo dato, inoltre è indiscutibile che si tratta di un paese dove le istituzione democratiche sono radicate dalla notte dei tempi.

In realtà alcuni aspetti possono rivelarsi molto più spinosi di quanto si voglia far pensare. Innanzitutto perché si dovrà comunque passare da un referendum popolare che si preannuncia già da ora rischioso. Secondo un sondaggio Gallup dello scorso maggio a fronte di 61% degli islandesi favorevoli ad iniziare i negoziati, l’opinione pubblica si divide tra un 39% di favorevoli, un 39% di contrari e un 22% di indecisi. Segno questo che la strada per convincere gli islandesi della bontà della scelta è lunga e tutta in salita.
Da parte europea invece si rimarcano le differenze in materia di pesca e soprattutto come i conti del paese siano ben lontani dal rispettare i parametri di Maastricht in un tempo così breve. Mentre, specialmente la Croazia, hanno già fatto capire che accetterebbero poco volentieri di vedersi superare dall’Islanda.
In assoluto però il settore ittico sarà il terreno più scivoloso. Oltre a rappresentare uno degli aspetti più tradizionali del paese il paese nordico, è il core business della sua economia (quasi il 90% delle sue esportazioni) ed è sempre stato difeso con politiche orientate al protezionismo più esasperato, mentre adesso diventerà di competenza esclusiva dell’Unione Europea. Oltre a questo, da alcuni anni ha nuovamente reso legale la caccia alla balena, rifiutandosi uscendo di fatto dalla commissione baleniera internazionale, di cui l’Unione Europea continua non solo a far parte in qualità di osservatore ma anzi è un sostenitore più forte.

Il tassametro dell’allargamento corre veloce segno che la politica europea, seppur tra difficoltà e rallentamenti, procede la sua marcia e accresce sempre più la sua forza attrattiva. Avanti con l’Islanda allora sperando di pescare pesci più grossi come quelli turchi e balcanici.

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