Il gran valzer delle poltrone europee

A dieci giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento Europeo si registra il primo stop per la rielezione di José Manuel Barroso alla guida della Commissione Europea, ed è un uno stop che può fare male. L’ipotetico fronte anti-Barroso composto soprattutto da ALDE (Liberali), Verdi e Socialisti (PSE), fino ad ora semplicemente paventato, ha finalmente dato il primo segno di vita, ottenendo dalla presidenza di turno dell’Unione, che il voto sulla nomina del prossimo presidente della Commissione, prevista per il 15 luglio, fosse posticipata almeno fino alla metà settembre. L’obiettivo è abbastanza chiaro: cercare di bloccare la nomina del presidente uscente almeno fino al nuovo referendum irlandese sul Trattato di Lisbona (previsto per il 2 ottobre prossimo), facendola cuocere a fuoco lento fino a bruciarla del tutto. Qualsiasi sarà il risultato che scaturirà dalle urne irlandesi, si aprirebbero in ogni caso scenari che ridurrebbero a zero le possibilità del Presidente uscente di essere rieletto. Da un lato con la vittoria dei SÌ il tanto travagliato Trattato entrerebbe finalmente in vigore, modificando il quorum richiesto per l’elezione alla guida della Commissione europea (al posto dell’attuale maggioranza semplice verrebbe richiesta una maggioranza qualificata) e aprendo, contestualmente, anche il valzer delle candidature per le poltrone (Presidente dell’Unione, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri ecc.) nella quale finirebbe anche la candidatura dell’ex premier portoghese. Dall’altro lato la vittoria del NO sancirebbe la morte del progetto di riforma dei Trattati ed anche la fine delle speranze per Barroso. Si tratterebbe infatti della quarta sconfitta per i sogni di riforma dell’Unione dopo il NO di Francia ed Olanda al progetto di Costituzione Europa nel 2005 e al primo rifiuto irlandese dell’anno passato. Inoltre tutto ciò permetterebbe di verificare l’esistenza di nuove alleanze in Parlamento che escludano, o per lo meno riducano, il ruolo del Partito Popolare Europeo (PPE), che detiene la maggioranza relativa dei seggi. Centrale in questo scenario sarà il ruolo che giocheranno i Liberali, i quali si trovano ad essere possibile ago della bilancia per possibili maggioranze parlamentari. O creare una alleanza che impropriamente potremmo definire di centro-sinistra “all’italiana”, con Socialisti e Verdi. All’italiana perché, costretta dai numeri a dover accettare anche i voti della Sinistra Unitaria (32 seggi) e di molti dei 93 Europarlamentari che al momento non sono ancora affiliati ad alcun gruppo parlamentare, si tramuterebbe in una coalizione di forze più o meno eterogenee il cui unico fronte in comune sarebbe l’opposizione ai Popolari. Oppure, l’altra soluzione sarebbe quella di dar vita ad una coalizione di centrodestra insieme con il PPE. La cosiddetta “coalizione ideologica” che punterebbe a strappare la prima forza dell’Europarlamento dal possibile abbraccio mortale con il neonato gruppo dei “Conservatori e Riformisti per l’Europa”, capeggiato dai conservatori inglesi. I quali già da tempo si sono detti a favore del Barroso-bis ma i cui seggi uniti a quelli dei Popolari non sono sufficienti per fare una maggioranza.

Due strade che rappresentano anche una doppia visione di come guidare il gruppo dell’ALDE e che vede contrapposti l’ex presidente del gruppo, il britannico Graham Watson, e l’appena eletto presidente, l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt. Se il primo è acceso sostenitore della “coalizione ideologica”, il secondo, già prima delle tornata elettorale, ha chiaramente espresso come la Commissione Europea necessiti di una energica sterzata rispetto alla attuale guida. Ma la divisione tra i due esponenti liberali assume anche carattere di ambizione personale. Il britannico Watson spera che dall’unione tra PPE e ALDE maturi uno scenario che veda l’attuale Presidente della Commissione riconfermato ed egli stesso nuovo Presidente del Parlamento Europeo. Il belga invece, già sconfitto nel 2004 proprio da Barroso, è da tempo indicato come il candidato favorito qualora si riaprisse la corsa per Palazzo Berlyamont ed egli stesso fatica a nascondere le proprie ambizioni di rivincita. Oltre al suo nome negli ambienti di Bruxelles, ora più che mai Gossip City, altri possibili candidati possono essere: l’attuale Primo Ministro olandese Balkenende, il Primo Ministro lussemburghese Juncher (un grande classico) e l’ex premier austriaco Schussel (quello con il papillon ai tempi di Haider). 

Per quanto riguarda la Presidenza del Parlamento Europeo i giochi invece appaiono già fatti, nonostante le velleità di Watson. Ancora una volta infatti sarà confermata l’abitudine di dividere la carica quinquennale tra due Presidenti, generalmente espressione dei due maggiori gruppi parlamentari. In questo caso la spartizione tra PPE e PSE dovrebbe portare alla nomina dell’ex primo ministro polacco Jerzy Buzek (PPE) per il primo biennio e a quella dell’attuale capogruppo socialista a Strasburgo, Martin Shultz per il secondo periodo. E’ tramontata invece la speranza di vedere un italiano alla guida dell’Europarlamento per la prima volta dal 1979, ovvero da quando è diventata una istituzione eletta democraticamente dai cittadini europei. Mario Mauro ha infatti deciso di ritirare la propria candidatura per evitare al gruppo politico popolare “un’inutile e disdicevole spaccatura” come egli stesso ha motivato in un comunicato la sua decisione. In realtà già da tempo era chiaro che le sue possibilità di vittoria fossero pressoché nulle. Buzek, forte dell’appoggio franco-tedesco, rappresenta anche una candidatura dalla fortissima valenza simbolica in quanto si tratterebbe della primo politico dei paesi dell’ex Patto di Varsavia a capo di un’istituzione europea, e per questo capace di raccogliere trasversalmente tutti i voti dei paesi ex comunisti senza tener conto dell’appartenenza politica. Quarantotto anni, cattolico vicino a Comunione e Liberazione, una laurea in filosofia, vicepresidente del Parlamento uscente Mauro era stato candidato pressoché ufficialmente dal capo di governo italiano Silvio Berlusconi agli inizi dello scorso maggio. Nelle speranze del premier italiano la nomina avrebbe dovuto rappresentare il passo finale del trionfo elettorale da egli pronosticato. Trionfo non solo politico con il PDL capace di guadagnare il 40% dei voti, ma anche personale, con il superamento delle tre milioni di preferenze personali. A quale punto, complice anche l’atteso arretramento della CDU tedesca, il Partito delle Libertà sarebbe divenuto il primo partito, come numero di eletti, all’interno del più numeroso gruppo europeo, quello popolare. A questo punto nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare sulla nomina di Mauro. Purtroppo il risultato delle urne ha tradito queste aspettative. Vero spartiacque di tutta questa vicenda è stato il Consiglio Europeo del 16-17 giugno. In quella sede, mentre Berlusconi ribadiva che la candidatura di Mauro era la migliore in assoluto, i polacchi ottenevano l’appoggio ufficiale anche dei francesi per bocca dello stesso Sarkozy. A quel punto a nulla serviva ricordare che all’Italia, membro fondatore del progetto europeo, la presidenza non veniva assegnata da un trentennio e la maggiore partecipazione elettorale italiana rispetto a quella polacca. Molto probabilmente nel prossimo giro di nomine europee il governo italiano verrà compensato in qualche maniera, in particolare i rumors più forti indicano nell’attuale Ministro dell’Economia Giulio Tremonti un candidato molto forte per la guida della Banca Centrale Europea e nel ministro degli Esteri, Franco Frattini un possibile sostituto di Javier Solana, come Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea.

 

Pubblicato su Giornalettismo.com

http://www.giornalettismo.com/archives/31442/il-gran-valzer-delle-poltrone-europee-produce-le-prime-sorprese/

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